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La città femminista.

Tra Inclusione e Artivismo
Le città sono di nuovo di fronte ad un periodo di trasformazione intesa, dettata dalla società dell’informazione.
Questa mutazione è un’occasione per le donne di creare luoghi secondo una prospettiva femminista dove quartieri, centri e periferie diventano dimensioni di giustizia sociale.
La città nella prospettiva femminista
In un articolo di Alessia Musillo su Elle Decor (2021) la ricercatrice e attivista Lilia Giugni racconta come le città pensate da una prospettiva femminista apportano benefici non solo per le donne ma anche per tutte le altre minoranze oppresse: “Una città ripensata in ottica femminista non è soltanto una città costruita su misura delle donne, dove le donne si sentano sicure, non discriminate o empowered. In senso più ampio, è una città più giusta“.
Le città sono luoghi ambivalenti dove alla creatività e all’offerta culturale fanno da contraltare esperienze di violenza o marginalizzazione. Ne sono un esempio la crescente gentrificazione con la conseguente crisi abitativa che sta attraversando molte città europee e non solo.
La precarietà e disuguaglianza crescenti sono frutto delle “città disegnate per uomini, e uomini privilegiati”, come sottolinea Leslie Kern nel libro “Feminist City: claiming space in a male made world”. Il saggio sostiene la tesi, da noi condivisa, che gli spazi urbani moderni non tengano minimamente conto delle necessità delle donne, sia come lavoratrici che come madri.
La maggiore presenza di donne nelle istituzioni e nelle professioni urbanistiche e progettuali ha da una parte migliorato l’approccio, anche se ancora non si è verificata un’integrazione delle istanze di giustizia e inclusione che il femminismo contemporaneo avanza.
L’Artivismo: inclusione, arte e partecipazione
A titolo di esempio possiamo citare quanto accaduto in Cile nel 2017, quando gli studenti delle Università di Valdivia e Temuco sono scese in piazza per protestare contro gli abusi sessuali negli spazi universitari. Le manifestazioni, che si sono estese gradualmente a tutto il paese, hanno utilizzato i luoghi della città dandogli una nuova funzione: quella dell’attivismo politico e femminista.
Un concetto non nuovo nei paesi dell’America latina dove da diversi anni le lotte e le tensioni del movimento femminista hanno trovato espressione in nuove forme artistiche collettive, dando vita all’artivismo (arte + attivismo) femminista. Una pratica che mette in discussione il classico binomio artista-genio per arrivare ad una concezione collettiva dell’arte femminista.
Julia Alejandra Antivilo Peña, attivista femminista e ricercatrice cilena, parla dell’artivismo femminista come un modo per usare i linguaggi dell’arte al fine di produrre relazioni alternative e portarle nello spazio pubblico.
Ripensare alle città in un’ottica di pratica femminista significa anche prevedere spazi dove esercitare l’artivismo. Luoghi dove collettivamente si esprime la necessità di sicurezza e parità. Una concezione ancora tutta da costruire ma che può rappresentare un punto di partenza per l’ideazione e la realizzazione delle città del futuro.
✍🏻 Simone Passalacqua
