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Giovinette: le calciatrici che sfidarono il Duce

Il libro “Giovinette: le calciatrici che sfidarono il Duce” , di Federica Seneghini, racconta la storia di donne che non si sono arrese ai pregiudizi. In un paese, l’Italia, dove solo da pochissimi anni il calcio femminile è diventato uno sport professionistico (sino al 2019 era affiliato alla Lega Nazionale Dilettanti maschile) e le sue atlete sono diventate note al grande pubblico delle persone appassionate dello sport più popolare e nella stragrande maggioranza dei paesi europei. In Italia la spinta decisiva alla popolarità del calcio femminile è arrivata grazie alla performance sportiva delle “ragazze mondiali” nel 2018, contrapposta ai pessimi risultati ottenuti dal 2010 in poi dalla nazionale maschile nella massima competizione del settore, la Coppa del Mondo.
La nascita del calcio femminile in Italia
Ma quando nasce il Italia il calcio femminile, e per iniziativa di chi? Il libro di Federica Seneghini “Giovinette: le calciatrici che sfidarono il Duce” è l’appassionante storia romanzata di un gruppo di ragazze che negli “anni del consenso” del fascismo in Italia sfidarono non solo il Duce, ma anche i pregiudizi diffusi nella società e il Vaticano, che non vedeva certo di buon occhio lo sport femminile in generale, che offriva la possibilità alle ragazze di uscire dalle “gabbie domestiche” nelle quali le donne erano confinate e di “mostrare” liberamente i loro corpi impegnati nelle performances sportive.
Le protagoniste del libro sono quattro donne realmente esistite, le sorelle Marta e Rosetta Boccalini (detta “la Meazza in gonnella”), Nini Zanetti, l’intraprendente Losanna Strigaro (della quale si sono perse le tracce nel dopoguerra, mentre le altre hanno continuato per diversi anni a praticare attività sportive) e un personaggio di fantasia, Maria Lucchi.
Una storia vera, romanzata ma non troppo, un interessante romanzo storico che ricostruisce senza pregiudizi storico-politici il ruolo del fascismo e della sua ideologia nella genesi dello sport e del calcio femminile in Italia. L’ideologia fascista, che in Italia era stata “contaminata” dall’apporto culturale del movimento futurista, e quella delle destre europee degli anni trenta/quaranta non era semplicemente reazionaria e autoritaria, ma puntava a creare “un uomo nuovo” e “una donna nuova”.
Lo sport, il vigore e la forma fisica erano uno dei punti essenziali di questa ideologia. La finalità non era il benessere personale, ma la costruzione di un uomo pronto per la guerra e il combattimento e donne “sane nel corpo e nello spirito” ancora chiuse nel ruolo familiare o materno, ma che nello stesso tempo diverse dal modello femminile della Belle Époque.
Giovinette e le contraddizioni del fascismo
Le ragazze protagoniste del romanzo e i loro sostenitori, tra i quali il ricco commerciante Ugo Cardosi, seppero sfruttare le contraddizioni del regime per iniziare a mettere in pratica la loro passione per il calcio, creando una squadra a Milano chiamata “Gruppo Calcistico Femminile” e mettendosi in contatto con altre ragazze appassionate al gioco del pallone, ad Alessandria e Solero, per passare dalle partite amatoriali tra di loro a “sfide interregionali” che preludevano a veri e propri campionati.
La causa del calcio femminile era sostenuta da molti giornalisti, tra i quali quelli della testata sportiva più antica e longeva d’Italia, il “Guerin Sportivo” dai calciatori maschi, che le ragazze contattarono per portare avanti la loro battaglia di libertà e passione, tra i quali Meazza e Schiavio, e dal controverso presidente della Figc Leandro Arpinati, gerarca allora molto potente di estrazione anarchica, tifosissimo del Bologna (tanto che è ricordato oggi per il suo intervento “irrituale” negli spareggi per lo scudetto della Lega Nord tra Genoa e Bologna nel 1924-25) e molto aperto allo sviluppo e al consolidamento del calcio femminile. Le aperture di Arpinati e la sua indipendenza dal Duce lo resero ben presto inviso allo stesso e ai vertici del partito. Nel 1933 Arpinati fu espulso dal PNF e rimosso dai suoi incarichi sportivi, per poi finire al confino e ucciso nel 1945 da due partigiani nonostante in quel tempo fosse passato a collaborare con il CLN. Nei primi anni Trenta, prima ancora della fondazione del GCF, si affacciò in Italia il fenomeno delle donne tifose del calcio maschile, le cosiddette “tifosine” mai visto sino ad allora. Un fenomeno che poi verso la fine degli anni trenta si è affievolito, per tornare in altre forme dopo diversi decenni: le donne tifose di calcio, maschile e femminile, oggi sono moltissime, anche se il tifo organizzato resta ancora un mondo dominato dagli uomini.
Quella del GFC fu una sfida al fascismo “di fatto” ma in realtà le ragazze volevano solo seguire la loro passione. Tra di loro c’erano convinte antifasciste, simpatizzanti del regime e indifferenti alla politica.
Il libro è arricchito da un saggio di Marco Giani che ricostruisce la storia dei pregiudizi sul calcio femminile “Non è uno sport per signorine” “gioco maschio” sono espressioni che sino a qualche anno fa erano diffuse tra i tifosi e gli addetti ai lavori, e che si sentono talora ancora oggi.
Il calcio è un rito tra maschi?
Il calcio, come affermava nel 2019 nella sua “storia reazionaria” il giornalista e blogger Massimo Fini, è uno “rito tra maschi” nel quale le donne devono essere tenute fuori? Il libro di Federica Seneghini e il saggio di Giani ricostruiscono come il “genere” delle attività sportive, soprattutto negli sport di squadra, sia il frutto di condizionamenti sociali e culturali. Negli Stati Uniti il calcio è lo sport femminile per eccellenza, mentre i maschi si dedicano al basket, al rugby e al football americano, e infatti la nazionale femminile americana è sempre stata ai vertici del calcio mondiale, mentre quella maschile ha navigato per decenni nella mediocrità e solo negli ultimi anni ha espresso talenti rilevanti, e la stessa cosa accade in Australia.
Nel ventennio fascista lo sport femminile per eccellenza era il basket, mentre nel dopoguerra lo sport “delle ragazze” è diventata la pallavolo. In Italia i pregiudizi sul calcio femminile sono ancora molto radicati, c’è chi sostiene che sia dannoso per il fisico e l’apparato riproduttivo delle donne (si potrebbe sottolineare che, anche se fosse vero, esiste un diritto a autodeterminarsi su quanto riguarda il proprio corpo) o che lo spettacolo e il livello tecnico sia molto inferiori a quello del calcio maschile. Si tratta come il libro ricostruisce con grande efficacia, di pregiudizi frutto di radicatissimi condizionamenti sociali e culturali.
La svolta del 1933, con il regime, che, rimosso lo scomodo Arpinati, indirizza le ragazze appassionati di sport verso il basket e le discipline olimpioniche con la motivazione ufficiale di guadagnare medaglie per “la patria” dimostra come nel fascismo come in tutti gli altri regimi totalitari il controllo del corpo delle donne sia fondamentale, tanto che l’apertura al calcio femminile ha segnato la caduta politica di un personaggio allora molto potente come Leandro Arpinati.
E un altro dei messaggi del libro, romanzato, ma ricavato da testimonianze reali e fonti rigorose, è che chi pratica lo sport ha spesso molti meno pregiudizi di chi lo organizza e lo gestisce, come mostra la simpatia mostrata dai campioni del calcio maschile verso l’esperienza del GFC.
Andrea Macciò
