Intervista a Sara Durantini

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Sara Durantini, autrice del romanzo “Pampaluna”, è nata a San Martino dell’Argine (Mantova) nel 1984 e attualmente risiede a Terni. Vincitrice dell’edizione 2005-2006 del Premio Tondelli per la sezione inediti con il lungo racconto “L’odore del fieno”, nel 2007 pubblica il suo primo romanzo, Nel nome del padre, con la casa editrice Fernandel. Nel 2009 partecipa al Dizionario Affettivo della Lingua Italiana, a cura di Matteo B. Bianchi e Giorgio Vasta (Fandango Libri) e nel 2019 alla sua edizione aggiornata. Nello stesso anno è tra le firme di L’unica via è il pensiero (Intermedia edizioni) a cura del professore Hervé A. Cavallera. Da sempre attenta alla tematica del femminile, nel 2021 pubblica L’evento della scrittura. Sull’autobiografia di Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux e nel 2022 Annie Ernaux. Ritratto di una vita per Dei Merangoli editrice: la prima biografia della scrittrice francese Premio Nobel per la Letteratura 2022. Nel 2023 per Dalia, cura il romanzo corale La Terra inesplorata delle donne. Pampaluna è il suo romanzo più recente.

“Pampaluna” nasce dal racconto “L’odore del fieno” che ha segnato il tuo esordio letterario nel 2006. Da che cosa è nata l’idea o l’esigenza di riprendere in mano questa storia e trasformarla in un romanzo?

È nata dall’urgenza della riscrittura di una storia che non ho mai abbandonato, che è sempre stata dentro di me, una storia nella quale mi sono svelata per la prima volta. Scrivere è prima di tutto riscrivere. Lo diceva Duras, Carver e la stessa Ernaux. Per molti anni ho portato con me la storia di Pampaluna o, potrei dire, la storia narrata nel lungo racconto L’odore del fieno. Portarla con me ha significato ritornare su quella storia, sui suoi luoghi e, allo stesso tempo, prenderne la giusta distanza per poterli riscrivere, come se la riscrittura potesse servire per ricostruire la memoria, i ricordi e gli accadimenti. E questo ho potuto farlo solo nella solitudine che sottende il gesto della scrittura.

Uno degli aspetti più interessanti di Pampaluna è il punto di vista, quello di una bambina che si sente “diversa” in un contesto socioculturale che è quello della provincia contadina del Nord tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. Il disagio infantile è raccontato molto raramente, sia dalla letteratura che dal discorso pubblico e mediatico in generale, a differenza di quello adolescenziale. Per quale motivo hai scelto proprio questo punto di vista?

Pampaluna fa parte di un lavoro autobiografico di più ampio respiro che affonda le radici, come dicevo sopra, nella mia prima prova letteraria, ma che percorre tutta la nervatura del lavoro che da parecchi anni a questa parte sto portando avanti. L’infanzia è il luogo delle possibilità, è il momento in cui ci formiamo (anche da un punto di vista linguistico), è da lì che ha origine tutto ciò che saremo. È l’unica età a cui non possiamo sfuggire. Seguendo quell’urgenza che anima da sempre la mia scrittura e quindi volendo riprendere in mano L’odore del fieno ho per forza fatto i conti con l’infanzia e con il significato di memoria. Cosa vuol dire riscrivere parte della propria storia e fino a quando stiamo riscrivendo solamente la nostra esistenza? Sono partita da qui, dall’infanzia come luogo dell’essenza. Come diceva Yourcenar: l’infanzia è lo stato più profondo in cui ci è dato vivere (insieme alla vecchiaia).

L’incontro con Annie Ernaux

Quanto l’incontro “letterario” con l’opera di Annie Ernaux e il lavoro che hai fatto per la scrittura della sua biografia, uscita due anni prima di Pampaluna, hanno influenzato la tua scrittura, sia dal punto di vista stilistico, che dal punto di vista delle tematiche trattate?

La lettura dei libri di Annie Ernaux è iniziata ben prima che io cominciassi a scrivere e ha, semmai, tracciato, prima di tutto, un solco dentro di me, toccando delle corde importanti come solo poche altre scrittrici hanno saputo fare e soprattutto delle corde che le voci autoriali maschili (particolarmente caldeggiate dai professori) non avevano ancora toccato o almeno non quella profondità e intensità. Ho iniziato a leggere Ernaux, in particolare, durante l’università. All’epoca circolavano pochissimi titoli. La sua voce indagava tematiche a me care quali il materno, la memoria, i ricordi, l’infanzia, il gesto stesso della scrittura. Più che influenzare, la scrittura di Annie Ernaux, fin dall’inizio, mi ha indicato la strada da seguire che è diventata, nel tempo e con l’acquisizione di determinati strumenti (anche emotivi), sempre più chiara. 

La copertina di “Ritratto di una vita”, biografia di Annie Ernaux a cura di Sara Durantini

“Pampaluna” e il ruolo terapeutico della scrittura

In “Pampaluna” la scrittura ha un ruolo terapeutico e liberatorio, permettendo alla protagonista di scoprire un mondo “altro” da quello dove era cresciuta e superare le difficoltà che la facevano sentire “diversa”. Tu sei da sempre molto attenta al tema della “scrittura femminile”. Alcuni mesi fa è uscito sulla rivista “Doppiozero” un articolo di Gianni Bonina “Il grado zero del romance” nel quale di fatto si sosteneva che tutta la scrittura delle donne è riconducibile al genere del “romance”. Secondo te quanto è ancora forte, anche nel mondo editoriale, il pregiudizio sulla scrittura femminile come una “letteratura minore” che non può uscire dal recinto di una letteratura “di genere” che il senso comune considera letta e scritta prevalentemente da donne?

Stiamo vivendo un periodo molto complesso da un punto di vista sociale e politico e anche nel mondo editoriale si riflette questa complessità. Il pregiudizio sulla scrittura femminile come “letteratura minore” è radicato e sorretto da una impalcatura di stampo patriarcale che per molto tempo ha relegato le opere delle scrittrici in una dimensione di minorità, sia a livello di riconoscimento critico che commerciale. Nonostante negli ultimi anni le cose stiano cambiando attraverso la valorizzazione e (ri)pubblicazione di opere di scrittrici italiane e straniere, ma anche attraverso festival, dibattiti, tavole rotonde che danno spazio anche a scrittrici contemporanee, la domanda che mi pongo sempre riguarda il punto di vista, la direzione di questi mutamenti che devono realmente andare ad agire contro le narrazioni dominanti per rendere sempre più visibile il potenziale e la ricchezza della letteratura se letta e osservata da tutte le angolazioni. Tuttavia, per perseguire questa strada è auspicabile un programma che parta dal ministero, dalle istituzioni, un programma che sia in grado di arrivare in modo capillare alle scuole, di irradiarsi raggiungendo l’educazione delle giovani generazioni e anche il dialogo, aperto e costruttivo, con le generazioni adulte. In questo modo si può costruire un ponte reale in grado di collegare tutte le pluralità per superare questi pregiudizi che ancora incombono e che riguardano tutti noi, nessuno escluso.

Nel tuo libro ci sono moltissimi riferimenti ai fatti storico-politici e culturali accaduti in Italia tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. Hai voluto costruire una sorta di “parallelo” tra le microstorie che racconti e la “macro-storia” di quel periodo, nel quale forse eravamo inconsapevoli di attraversare un momento nodale per la storia d’Italia e del mondo?

Ho voluto riportare sulla carta quello che la mia memoria conservava, e conserva tuttora, di quegli anni. Durante l’infanzia non mi sono resa conto di aver vissuto un periodo storico travagliato, di profondi mutamenti. L’ho capito solo alcuni anni dopo. Anche il fermento attorno a me, in famiglia ad esempio, era sintomatico di questi cambiamenti che stava vivendo la nostra Italia.

Violenza sulle donne nella cultura contadina e patriarcale in “Pampaluna”

Uno degli aspetti che più mi hanno colpito di Pampaluna è come in un’epoca vicinissima nel tempo (circa 30 anni fa) nella provincia padana nella quale sei nata fosse ancora fortissima una cultura contadina e patriarcale che esercitava una violenza simbolica sottile e fortissima sulle bambine e sulle ragazze. Leggendo il tuo libro ho pensato al romanzo “La Mala Erba” di Antonio Manzini, ambientato negli “anni dieci” del nuovo millennio, che racconta una situazione non dissimile per le sue protagoniste in un immaginario (ma non troppo) paese della provincia di Rieti, una provincia “profonda” a pochi kilometri da una città come Roma e non lontana dalla città dove abiti oggi, Terni.

Secondo te quanto è rimasto nell’Italia di oggi, e in particolare nell’Italia della provincia ancora fortemente permeata dalla cultura contadina, di quella “violenza simbolica” verso le bambine e le ragazze? La maggiore facilità che oggi si ha di accedere, anche in luoghi fisicamente molto periferici, a quel “mondo altro” che narri in Pampaluna, grazie alla rete e ai social media, quale ruolo può avere avuto in proposito?

Parlando della Pianura Padana degli anni ’80, quindi del periodo raccontato in Pampaluna, oggi è rimasta l’idea di quei “non-luoghi” poiché molto è cambiato con l’incursione della Lega di Bossi da un lato e dell’industrializzazione dall’altro. Questi due “elementi” hanno scombinato il paesaggio, la mentalità e quindi il modus vivendi della Pianura. Sulla violenza verbale, psicologica o fisica ci sono aree particolarmente depresse che sono quindi maggiormente inclini e ricettive verso una certa cultura patriarcale. In generale, in qualsiasi luogo dove non c’è la libertà e l’apertura verso le pluralità e verso il concetto di diversità è maggiore il rischio di perpetuare stereotipi e discriminazioni, alimentando un ciclo di oppressione che limita il riconoscimento dei diritti individuali e collettivi, e rendendo difficile la creazione di spazi sicuri per il dialogo e la crescita.

C’è da dire che internet e i social media ancora non sono arrivati in tutti i luoghi narrati in Pampaluna. Quando lo scenario cambierà sarà interessante capire quale ruolo avranno all’interno di quel tipo di comunità.

Andrea Macciò ✍🏻️

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